domenica 13 maggio 2018


“Portare addosso i neonati e i bambini non vuol dire solo trasportarli ma rappresenta una modalità unica di sostegno emotivo nella relazione nascente con il proprio bebè” 


Nella settimana europea del babywearing che oggi giunge al termine (dal 7 al 13 maggio 2018) voglio dedicare una riflessione e un racconto al portare in fascia, un mondo meraviglioso che ho scoperto con la nascita di Diego e che mi ha donato una visione completamente diversa dell'accudimento di un neonato e dell'essere genitore. Babywearing significa letteralmente "indossare il proprio bambino". In tutto il mondo, da sempre, i bebè vengono portati addosso con supporti e modalità differenti: in Africa si usano teli di cotone di circa 2 metri, in Cina il mei tai, in Messico il rebozo, in Italia (dove trionfa la genitorialità a basso contatto) a farla da padrone è il fantomatico trio navicella-ovetto-passeggino, la cui scelta mi ha fatto impazzire con la nascita di Enea, il mio primo figlio. 



Con Diego per fortuna le cose sono cambiate. Vi racconto come ho scoperto la "cultura del portare" ancora troppo poco conosciuta in Italia ma che, fortunatamente, piano piano sta iniziando a diffondersi.  

Ho incontrato questo mondo in un modo apparentemente casuale, forse perché dovevo, proprio come quelle cose che arrivano ed è come se ci fossero sempre state. Ad oggi mi viene da pensare che in realtà ognuno di noi attrae ciò che sta trasmettendo. Posso collocare l'inizio della mia curiosità per il babywearing qualche anno fà, quando ad una fiera del turismo incontro Elisa e Luca, una coppia di travel blogger, che molto agevolmente giravano per gli stand con il loro bimbo neonato in fascia. Ricordo i loro visi felici, il loro entusiasmo, la loro autonomia di movimento in mezzo a quel caos e ricordo nitidamente di aver fatto loro le solite domande che ora vengono poste a me: "Ma come fate senza passeggino? Non vi pesa? Ma siete sicuri che il bambino stia comodo?" Spero di non aver posto la più classica: "Ma Respira lì dentro?" :) 

Elisa e Luca sul loro blog www.miprendoemiportovia.it hanno condiviso questo loro percorso di babywearing e hanno dimostrato attraverso i loro racconti di viaggio tutte le potenzialità della fascia portabebè. Quando sono venuti nelle Marche l'estate scorsa con il loro bimbo, ormai cresciuto, io aspettavo Diego. Ricordo una cena deliziosa a Senigallia, ricordo che mentre mangiavamo pesce e sorseggiavamo vino con i piedi nudi sulla sabbia mi è tornato in mente quell'incontro di alcuni anni prima. Ascoltando i loro racconti inizia a solleticarmi l'idea di approfondire. Dopo qualche giorno Elisa mi manda la lista dei libri letti durante la sua gravidanza; alcuni titoli mi colpiscono e inizio a curiosare su Amazon. Scopro così la casa editrice Il leone verde e la collana Il bambino naturale. Mi si apre un mondo fatto di genitorialità ad alto contatto, di ascolto ed accoglimento dei bisogni del neonato. Acquisto quattro titoli, uno più bello dell'altro (Il libro Portare i piccoli è il primo che leggo ed è stato illuminante) che mi fanno compagnia durante la mia maternità e mi accompagnano in un viaggio dentro di me, fino alla mia infanzia, alla scoperta della bimba che sono stata e che ogni tanto ritorna a farmi visita. È stata anche lei a guidarmi nella scelta. Volevo riscattarla. Lei è stata figlia di genitori a bassissimo contatto ed io sono diventata l’opposto perché credo fermamente che attraverso un attaccamento sicuro possiamo rendere i nostri figli più liberi. 



Dopo questo incontro il mio viaggio continua e mi porta a conoscere Federica, colei che diverrà la mia consulente del portare. Anche lei è arrivata in modo apparentemente casuale, tramite un gruppo di mamme su FB che mi fanno scoprire che ha una fascioteca. Non sapevo che esistessero luoghi dove acquistare e noleggiare fasce, dove incontrarsi con altre mamme e condividere un percorso. Vado ad un incontro informativo e sento di essere nel posto giusto. 



Lo stesso giorno, una bella giornata di sole d'ottobre, al mercato incontro una bellissima mamma conosciuta anni fa e come per magia iniziamo a parlare di fasce. Lei condivide con me la sua indimenticabile esperienza del portare sua figlia, dalla fascia elastica al marsupio passando per la rigida e tra una chiacchiera e l'altra mi propone di prestarmi la sua elastica. Averla ricevuta in prestito per lei ha avuto un grande valore e per questo è felice di donare a sua volta una carezza ad un nuovo bimbo che nascerà. La fascia elastica è la più breve in durata. Si può indossare fino ai 6 kg del piccolo, per questo il suo uso è molto limitato. Questa è la fascia che ha accolto Diego a tre giorni di vita. Una sorta di trade union fra la vita intra ed extra uterina. Dalle pareti elastiche ed accoglienti dell’utero al tessuto morbido e sostenitivo della fascia, sempre cuore a cuore con la mamma, il porto sicuro di ogni bambino. 


Il viaggio continua con una consulenza insieme al mio compagno durante la quale Federica ci insegna alcune legature e ci racconta di questo mondo meraviglioso. All'inizio mi sento impaurita da quei giri di stoffa intorno al corpo. Poi piano piano quelle giravolte, quelle piroette di cotone assumono un loro senso ed inizio a portare il mio pancione con grande sollievo della mia schiena. Consiglio a tutti coloro che vogliono approcciarsi a questo mondo un colloquio con una “consulente del portare”, una figura formata, qualificata e competente su questo tema che accompagna la mamma, il bambino e tutto il sistema familiare verso la genitorialità a contatto a partire dal portare “fisicamente” il proprio figlio mediante supporti idonei ed ergonomici. 


Il viaggio non si ferma. La mia curiosità mi porta al gruppo FB "Piazzetta Babywearing" dove inizio a decifrare le sigle, le grammature, a distinguere le marche e a individuare il mio gusto. Interagisco nel gruppo e a rispondermi sono anche due mamme mie compaesane che scopro essere due esperte portatrici. Sono felice di essere arrivata in questo mondo di mamme che danno valore al contatto con i propri figli, elemento che, come me, considerano imprescindibile per un sano rapporto genitoriale e per far crescere i nostri bimbi sicuri e liberi. Dopo aver familiarizzato con il gruppo mi affaccio incuriosita sugli album di vendita delle fasce usate. Scopro che le fasce non si svalutano e acquistarne di usate può essere un valore aggiunto. Perché la fascia va domata. Il tessuto più lo si usa e più si ammorbidisce e la carezza al nostro bambino sarà ancora più dolce.


Qui incontro la mia prima fascia. Il mio colore. La mia texture. La guardo e la riguardo ed è proprio lei quella che voglio per portare mio figlio: una Didymos Metro Eden di un bel colore verde. Verde come l'armonia, verde come la speranza di un meraviglioso futuro per il mio nuovo nato. Caso vuole, ma ormai come sapete non credo più che sia un caso, che questa fascia mi porti sul sito di Allegri Briganti dove rincontro Virginia, conosciuta anni fa su Twitter. Lei è l'ideatrice di Allegri Briganti, uno shop online di abbigliamento per bambini con una sezione apposita dedicata al babywearing. Virginia mi racconta che la fascia è una sua creazione, che ne sono stati prodotti solo 30 pezzi e che è appena nata. Che emozione! Tutto questo mi riempie il cuore di gioia e mi porta a pensare che è proprio vero "In ogni istante, anche adesso, stai attraendo ciò che stai trasmettendo." La sua gentilezza e disponibilità mi fanno sentire accolta e avvolta in un caldo abbraccio. E così decido di acquistarla. Due giorni dopo è già a casa mia. Giusto il tempo di lavarla e stirarla ed è già addosso. La vivo, la accarezzo ed è morbidissima e sta da dio anche al mio compagno che si scoprirà anche lui un papà canguro.


Dopo di lei sono arrivate altre fasce, di altri blend, di altre lunghezze, per soddisfare le esigenze del bambino che cresce e la mia curiosità di sperimentare sempre qualcosa di nuovo. Ognuna di esse ha una sua meravigliosa storia e mi piace pensare che se sono arrivate a me ci sia un motivo. Dietro a questi magici pezzi di stoffa c'è un lavoro appassionato e donne meravigliose che con amore e professionalità scelgono i tessuti e le texture migliori rispettando i requisiti di sicurezza. Il babywearing è una modalità di accudimento economica e sostenibile, c'è infatti chi sceglie di utilizzare una sola fascia per tutto il percorso che di solito va da 0 ai 36 mesi del bambino.



Concludo con una riflessione letta sul libro "Portare i piccoli" di Esther Weber, che consiglio a tutti coloro che sono interessati all'argomento
Cosa significa per il bambino essere tenuto cuore a cuore? "Significa tenerlo al riparo dai pericoli di sovraesposizione sensoriale, di eccitazione insopportabile proveniente dal mondo esterno, tenerlo dentro, al caldo, favorendo un senso di continuità con lo stato gestazionale e un passaggio graduale al mondo. La fascia soddisfa tutto questo favorendo uno sguardo sul mondo da una posizione privilegiata, in groppa alla mamma o al papà. La fascia offre ali e radici: perché da una parte rafforza il legame e dall'altra favorisce uno slancio verso l'autonomia. Quando il bimbo sarà pronto ed avrà nel suo bagaglio la giusta dose di contatto trasformerà la dipendenza in energia che gli permetterà il distacco. Quanto il legame primario è stato armonico e sintonico quanto più il futuro adulto saprà concedersi al mondo, saprà amare. È riconosciuto dalla neuroscienze e dalla psicoanalisi che una mente ha bisogno di un'altra per farsi e sentirsi viva, proprio come un corpo ha bisogno di un altro per esistere. L'abbraccio della madre al suo bambino gli rimanda il pieno senso di essere vivo."

Info utili

  • Per saperne di più sul mondo del babywearing vi consiglio il libro "Portare i piccoli" di Esther Weber 
  • Vi segnalo i siti delle principali scuole italiane dedicate al babywearing dove potrete trovare approfondimenti tecnici e scientifici: scuoladelportare.it - babywearingitalia - portareipiccoli.com
  • Se volete iniziare a portare il vostro bambino vi consiglio di contattare una Consulente del Portare: una persona competente che ha effettuato una completa formazione teorico- pratica per svolgere la sua attività. 
  • Per scoprire le istruttrici/consulenti della vostra regione cliccate qui, qui o qui






sabato 5 maggio 2018

Eccomi di ritorno dalla nostra prima vacanza in quattro. Sono stati tre giorni meravigliosi passati alla scoperta di alcune località dell’Umbria e della Toscana. Nello spazio intimo del camper, dove al tempo del viaggio si unisce quello della nostra vita insieme, ho avuto la conferma che Quattro è il mio numero perfetto! Sono felice di questa nuova dimensione. La sento mia. La sento nostra.





La prima tappa del nostro viaggio è stato il Lago Trasimeno, il più antico d’Italia che ci ha accolto con un primo assaggio d’estate. Ad incuriosirci più di ogni altra cosa sono state le sue isole: l’isola Polvese (la più estesa), l’isola Minore (la più piccola e disabitata) e l’Isola Maggiore, ricca di testimonianze storiche e artistiche. Scegliamo quest'ultima per una breve visita che ci ha permesso di scoprire un suggestivo angolo d'Italia.



Abbiamo preso il traghetto da Castiglione del Lago e nel giro di mezz'ora eravamo sull’isola che mi è sembrata sin da subito interessante. Impervia e selvaggia. Dalla piazzetta principale si snoda l'unica strada a mattoni rossi da cui si affacciano le abitazioni in pietra che erano le antiche case dei pescatori.



Finita questa strada parte un sentiero sterrato che ci conduce fino alla sommità dell'isola. Mentre mi inerpicavo con Diego, che beatamente dormiva in fascia, su una stradina di terra, scoscesa e sassosa, ho pensato a ciò che mi avrebbe impedito di fare il passeggino. Ogni giorno ringrazio la fascia, questo magico pezzo di stoffa che ho avuto la fortuna di scoprire prima che Diego nascesse.

Arriviamo sulla sommità dell'Isola, incontrando nel tragitto svariati fagiani che scopriremo poi essere gli attuali abitanti dell'isola insieme alle 15 persone che ci vivono tutto l'anno. Ci sono circa 200 fagiani in tutta l'isola e sono arrivati da qualche anno. Prima di loro questa terra era popolata da conigli selvatici. Ce n'erano a migliaia e la vegetazione era quasi scomparsa. Si sono poi autoestinti, non si sa bene come, anche se forse si può immaginare ma non vi è certezza. A raccontarci queste storie sono Massimo e Maria, una coppia incontrata in prossimità della chiesa di San Michele Arcangelo (in foto), da dove si può ammirare una bella vista sul lago. 




Maria è nata qui e ci è vissuta fino alle scuole elementari. Ora ci viene quando ha voglia di rilassarsi e la sua casa si affaccia sul portale della bella chiesa di San Salvatore. Conosce l'isola come le sue tasche, e si ricorda di quando scorrazzava per quei sentieri con le sue amiche di infanzia. Massimo ci racconta quanto sono belli i tramonti da lassù, quando alle 20 parte l'ultimo traghetto e l'isola si svuota, il cielo si colora di rosso e la natura regna sovrana. Dice di non averne mai visti di così infuocati in altri luoghi. Pare sia una caratteristica del lago che attira molti fotografi. Massimo e Maria ci accompagnano alla scoperta delle tracce di San Francesco che sull'isola vi ha trascorso una quarantena nel 1211. La leggenda narra che su di un masso vi siano ancora impressi i segni dei suoi gomiti e delle sue ginocchia. Poco più in alto, oggi riparato da una cappellina, un altro masso fece da giaciglio al Santo durante il suo soggiorno. Qui si trova anche una statua che lo raffigura a testimonianza del luogo del suo sbarco. Questo piccolo angolo di quiete e spiritualità è il punto più caro agli isolani devoti e a tutti i pellegrini (in foto).



Dopo questa bellissima scoperta salutiamo in fretta Massimo e Maria per tornare al traghetto. Partiamo con la felicità di chi è stato accolto con grande ospitalità constatando per l'ennesima volta che il bello del viaggio sono gli incontri. L'altro che si racconta, che ti regala un ricordo, un'esperienza che a volte vale il viaggio. 


In traghetto la luce è bellissima, il lago risplende, Enea gioca a memory, io guardo Diego che da dentro la fascia osserva il mondo curioso e attento. Mi sembra un momento perfetto, forse uno di quelli in cui tutti i pianeti sono allineati e non desidero nient'altro che stare lì con la mia famiglia. In quel pezzetto di mondo, in mezzo ad un lago, su un traghetto con in braccio la mia felicità.


Questa meravigliosa atmosfera ci accompagna per tutta la serata che prosegue verso Castiglione del Lago, su una ripida salita che ci porta al castello. La luce del quasi tramonto allunga le ombre e illumina tutto di una luce dorata. Le torri merlate, i bastioni, le porte: tutto sembra rimasto intatto dal 1247 quando Federico II di Svevia decise di costruire il Castello del Leone che con la sua forma pentagonale pare sia ispirata alla costellazione del Leone.



La nostra giornata termina con una buona cena a base di pici, una sorta di tagliatelle/spaghetti tipici della zona e una schiaccia, una specie di pizza condita con crudo, rucola, parmigiano, pomodorini e bufala (in foto). 




A volte basta poco, a volte basta semplicemente "esserci" per cogliere ciò che la vita ci sta regalando.

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domenica 4 marzo 2018

In mezzo al turbinio della vita la neve ci ha costretto a fermarci. Niente scuola, niente lavoro, niente macchina. Ha aperto un piccolo spazio al noi, al camminare guardandosi attorno, meravigliati dalla bellezza di tutto quel bianco che ha ridisegnato il paesaggio di candide e ovattate sfumature, che ha incorniciato Staffolo, il nostro piccolo borgo.






Ed io non ho resistito, ho sfidato la neve uscendo con Diego per godermi questa atmosfera che capita sempre più raramente. Ho infilato il piccino in fascia, ho messo la giacca Wear Me adatta per portare, comoda, calda, antivento e impermeabile e sono uscita con tutta la mia famiglia. Perché avere un bimbo piccolo non impedisce di muoversi liberamente e grazie al babywearing ho scoperto un mondo che rispecchia perfettamente la mia personalità. Coccole cuore a cuore e libertà di movimento, il bimbo è tranquillo e dorme al calduccio, io posso muovermi, camminare, usare la mani, e posso anche passeggiare nella neve. 





Abbiamo fatto un giro fino al centro storico passando per i giardini pubblici fino ai banchetti, un luogo magico dove ammirare tutta la Vallesina immersa nella neve, fino al mare. Abbiamo attraversato poi Porta San Martino e raggiunto i vicoli, la parte di Staffolo che amo di più.







Enea correva felice senza sosta tanta era la gioia di immergersi in tutto quel bianco. Dopo un breve giro fra i vicoli siamo usciti dal centro attraversando Porta San Martino e poi ci siamo diretti verso casa più allegri di quando siamo usciti. Perché una passeggiata all’aria aperta mette inevitabilmente allegria, rinfresca la mente e con la neve diventa pura magia! 



Ho girato anche un piccolo video, se vi va cliccate nell'immagine. 


Questa passeggiata mi ha ricordato un libro di Marina Piazza che ho letto qualche tempo fa. Si intitola “Un po' di tempo per me” e parla, fra le altre cose, del tempo dell'esperienza, parola che deriva dal latino ex-per-ire "passare attraverso". Questo è il tempo sottratto al produttivo e nella Grecia antica possederlo era il segno più forte di uno status di cittadino a pieno titolo (in quanto escludeva donne e schiavi). Nella tradizione dell'antichità classica si declinava come cura di se, come superiore saggezza (non solo tempo di meditazione e riflessione ma anche di cura del corpo, delle relazioni, di ginnastica, di attenzione all'alimentazione). Questo tempo è prezioso È un regalo meraviglioso della vita. Non trovate?

Info utili

  • Nelle foto indosso la giacca Wear Me, una giacca tecnica adatta per portare con tessuto antivento e antipioggia, che protegge dal freddo ma non è ingombrante, leggera e calda. 
  • Per scrivere questo post mi sono ispirata al libro "Un po' di tempo per me" di Marina Piazza 
  • Se siete interessate al babywearing vi consiglio il libro "Portare i piccoli" di Esther Weber


giovedì 28 settembre 2017

Ho ripreso a camminare
A respirare
A cucinare
Faccio yoga
Seguo un corso pre-parto
Aiuto mio figlio a fare i compiti
Lo vado a prendere a scuola
Preparo il pranzo
Chiacchieriamo seduti a tavola 
Leggo libri
Mi riposo quando sono stanca
Passeggio quando ne ho voglia



Sono in maternità da poco più di una settimana e sto iniziando a camminare a passo più lento. La gravidanza non è una malattia ma fare un bambino richiede tempo, pazienza, serenità. Cose delle quali si pensa di poter fare a meno ma la natura prima o poi reclama i suoi diritti: una certa calma, dolcezza, disponibilità e amore per il cucciolo che deve nascere. A me è successo di dovermi fermare. Dapprima non volevo, poi ho riflettuto, accettato e in fondo anche apprezzato la decisione premurosa, responsabile e vicina della dottoressa che mi segue in questo percorso. Ed ora si fa spazio sempre di più in me la consapevolezza di voler godere di questo momento, unico nella vita di ogni donna, perché so che fa bene a me e al piccino. 


Non voglio pensare al dopo, ma all'adesso, ad ogni singolo giorno con le sue routine, i suoi momenti inaspettati, la sua luce e i suoi odori. Il mio oggi ha avuto l'odore dell'autunno appena iniziato, delle foglie bagnate dalla pioggia dei giorni scorsi, del mosto che sta fermentando nelle cantine. 




Ha avuto il colore della luce velata di nebbia durante una passeggiata rinfrescante fra le colline di Staffolo. Una luce che non abbaglia ma accarezza e ti fa gioire di stare fuori un'oretta a passeggiare assaporando ancora la bella stagione. Il mio oggi ha avuto il sapore delle giuggiole, un frutto che adoro, e il suono delle parole di un nuovo audiolibro che mi ha proiettato nella mia adolescenza. Il libro è "Nessuno come noi" di Luca Bianchini, letto dallo stesso autore, e racconta del primo giorno di terza superiore di tre ragazzi. La scelta accurata della felpa da indossare, il viaggio in tram dalla periferia al centro di Torino e l'incontro con i compagni di classe e di vita. 

Storie che si intrecciano e mi hanno fatto ricordare il mio tempo, le mie emozioni di ragazza che si apriva al mondo e alle esperienze con un briciolo di spavalderia e tanto bisogno d'amore. Mi sono ricordata la mia classe, i miei professori, i miei compagni, i miei amori e mi è venuta voglia di andar a sfogliare quelle pagine ormai un po' ingiallite per ritrovare una traccia di quella dolce ragazza piena di sogni. Era lo stesso periodo, l'inizio dell'autunno, ed io mi accingevo ad iniziare un nuovo anno scolastico. 


Oggi sono qui ad accompagnare mio figlio in questa bella avventura che è la scuola mentre aspetto che un altro bimbo tra poco nascerà. Non poteva capitarmi un settembre più bello! Perché le stagioni siamo noi. L'autunno non è malinconia perché nei nostri occhi e nel nostro cuore si nasconde tutta la meraviglia del mondo.

Per scrivere questo post mi sono ispirata a questa citazione:
“Le stagioni siamo Noi. L’autunno non è malinconia, perché dovrebbe esserlo? L’inverno non è gelo d’anima, perché dovrebbe esserlo? È tra le nostre ciglia che si nasconde tutta la meraviglia del mondo. Se sappiamo aprire il cuore, se lo faremo davvero, allora la neve ci scalderà come lana e la pioggia ci proteggerà come un abbraccio d’amore.” Selene Pascasi, In attesa di me

e al bellissimo libro: “Amarlo prima che nasca” di Jean-Pierre Relier 

venerdì 1 settembre 2017

La vita è una sequenza di attimi. Attimi meravigliosi come il tramonto che abbiamo ammirato stasera dai Piani di Canfaito, un ampio altopiano alle pendici del Monte San Vicino. Un balcone naturale che si affaccia sull'Appennino centrale, dal quale è possibile scorgere innumerevoli vette, dal Catria ai Sibillini. Lo sguardo si immerge nell'infinita bellezza della natura che si colora di arancione al calar del sole. Dopo una bella camminata fra i faggi secolari si arriva in questo luogo magico, quasi completamente spoglio di alberi se non per uno, che solo soletto e piegato dal vento, guarda verso il San Vicino, che qui si può ammirare in un versante meno noto ma ugualmente suggestivo. 



In questa serata di fine estate, la distesa profuma di erba essiccata dal sole e brilla di uno splendido ocra interrotto qua e là dai fiori di montagna, eleganti e sinuosi. Enea che corre a perdifiato, i monti che fanno da cornice a questo attimo immenso. Il sole, una palla rossa incandescente, che si abbassa dietro ai monti fino a scomparire. La macchina fotografica di Mauro che immortala un momento che porterò nel cuore. 



E poi il ritorno alla macchina passando per la faggeta avvolta dalla semioscurità. Enea che racconta aneddoti: "Guarda, mamma, qui ci siamo passati tanti anni fa, questo è l'albero dove sono salito, questo invece è quello più antico." Quando cala il silenzio si sentono solo i campanelli delle mucche in lontananza che tornano al recinto dopo una giornata al pascolo e mentre la luna fa capolino con un suo spicchio argenteo in un cielo ancora lievemente colorato di azzurro usciamo dal bosco. Alcuni ragazzi sono impegnati a posizionare tende e furgoni per passare qui la notte. Penso che sarebbe bello rimanere qui così come lo è tornare a casa dopo aver riempito di bellezza gli occhi e il cuore.  


Salita in macchina mi ritrovo a pensare. Penso che la vita è una sequenza continua di attimi che fuggono via. Sta a noi saper cogliere in ciascuno di essi la potenza, la forza, la bellezza, l’insegnamento. E oggi per me questo è stato un attimo meraviglioso in cui mi sono lasciata andare, i pensieri si sono alleggeriti ed io ero immensamente felice di aver portato la mia pancia, insieme alla mia famiglia in questo luogo così bello. 

"Quando siamo felici, facciamoci caso."


Se vi ha incuriosito questo luogo delle Marche, potete scoprirlo cliccando qui

Info utili 



 
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